Pezzi di mente (pensieri vari)

 

                                                      Ebbene sì, mi guardo l’ombelico (con enome passione) 31/12/2010

  Ho letto una recensione giorni fa in cui , per l’ennesima volta, veniva implicitamente evocato il rischio terribile, per i giovani scrittori, di essere “autoreferenziali”, di “guardarsi l’ombelico”. Ho sentito talmente tante volte questa solfa che ho avuto un immediato abbassamento testicolare e un accenno di nausea depressiva. Ma poi, ripresomi, ho cominciato a pensare al perchè di quella mia reazione tanto viscerale.

L’accusa è diverse volte stata avanzata anche nei confronti dei miei libri, ma non basta per farmi deprimere.  Una persona che si propone ad un pubblico, in qualsiasi modo, deve trovarsi pronta ad esserne anche fatta a pezzi, se le cose non girano giuste, cioè fa cose controcorente e magari anche, suo malgrado, delle schifezze. Ciò cui mi ribellavo con tutto il mio essere è la tendenza attualmente imposta dagli editori e dagli intellettuali che vi sono dietro e intorno, per cui è invalsa l’equazione:

ROMANZO=ANALISI POLITICO-SOCIOLOGICA (di un particolare momento o periodo storico)

Aggiungerei un’altra equazione da comporre con la precedente per ottenere una proporzione, alla cui vista ho qualche iniziale reazione allergica:

ROMANZO:ANALISI POLITICO-SOCIOLOGICA=INTELLETTUALISMO ASTRATTO:CONOSCENZA DEL MONDO E DELL’UOMO

Quindi, insomma, il romanzo inteso com’è dall’Intellighenzia in auge in questo periodo (immaginatela un po’: non vedete un’infinita schiera di replicanti radical chic, impegnati in noiosissime disquisizioni da talk show, in cui ognuno sa la verità su tutto?) avrebbe una sorta di obbligo di essere “impegnato”, in altre parole di elargire messaggi dalla valenza universale e in qualche modo” socialmente utili”.

Non sono contro l’universalità dei messaggi, anzi, ma il fatto di assumerla come punto di partenza mi sembra inaridisca le inesauribili possibilità del mezzo espressivo Romanzo, per me la più potente forma artistica mai inventata.

Sintetizzo, per non farla troppo lunga, la mia visione del Romanzo in un’altra proporzione da contrapporre alla precedente:

ROMANZO:DUBBIO-VUOTO-RICERCA=SOGGETTIVISMO INDIVIDUALISTICO:UNICA CONOSCENZA POSSIBILE IN CAMPO FILOSOFICO

Insomma, le analisi sociologiche o storiche, sarebbe meglio che le si lasciasse ai sociologi e agli storici (e ai giornalisti, visto che, in fondo, l’inquinamento attuale della narrativa è dovuto soprattutto al fatto che è diventata una sorta di prolungamento del giornalismo...)

Il romanzo affonda nella materia misteriosa di cui sono fatti gli uomini, e quella, le poche volte che la si acchiappa per un lembo, lo si fa tramite la ricerca interiore.

C’è tutto il significato dell’universo in un uomo e il viaggio più interessante che ci sia è, ne sono convinto, quello della scoperta di sè, che porta poi all’evoluzione della personalità, alla creazione di ideali, infine a incidere sulla realtà con una volontà diventata irremovibile.

Certo, se si guarda l’ombelico un cretino, ne verranno fuori solo cretinate, ma la prospettiva soggettiva adottata da parte di un vero scrittore è a volte in grado di illuminare il mondo con qualche scintilla di verità.

Anche perchè, gli ombelichi si somigliano un po’ tutti, pur non essendo uguali. Inoltre, in un’epoca in cui le persone di gran parte del mondo non devono più sentirsi obbligate a legare il proprio destino, finalmente, ai dettami e agli schemi mentali di religioni e ideologie totalizzanti, ognuno potrebbe e dovrebbe  godere della libertà inedita di inventare la propria vita. Che non sia proprio l’individualismo più libero (che molti vorrebbero prontamente imbrigliare di nuovo) la cifra di questa nuova affascinante epoca in cui viviamo?

Marcello Nicodemo

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