Pezzi Vecchi (pensieri vari)
Il libero
fluire dei pensieri fa sì che i due si trovino a parlare un po’ di tutto,
fino ad arrivare al centro del mistero dell’esistenza umana, alle domande
cruciali, alla pura essenza della vita (il significato dell’espressione
spagnola “Pura vida”).
Ad
alcune di queste domande il padre fornisce risposte, di fronte ad altre non può
che aprire nuovi interrogativi, ma ciò che è interessante è la sincera
tensione che pervade i dialoghi, una sorta di diario di bordo di un viaggio ben
più importante di questo nel sud della Francia: quello della nostra breve
permanenza nel mondo.
Tra
i temi delle conversazioni quello centrale riguarda l’individuazione di un
percorso lineare e costruttivo nell’esistenza e la possibilità o meno di
migliorare i nostri difetti, oltre che basarci sulle nostre qualità, insomma la
possibilità di arricchire quella che Giovanni, il padre, chiama “la nostra
dotazione di base”. Egli su questo, come sulla possibilità di conoscere il
vero senso del nostro destino, ammette onestamente tutti i suoi dubbi : “Non
sappiamo con certezza le ragioni di niente. In compenso abbiamo i nomi…E
quando abbiamo una buona scorta di nomi, ci sembra di avere una buona
familiarità con il mondo”.
Giovanni
è però una persona intelligente e sensibile e nel suo continuo interrogarsi,
pur non potendo indicare verità incontrovertibili alla ragazza, riesce a dare
consigli spesso pieni di profonda e meditata umanità.. Quello cui aspira, ad
esempio, è “un nucleo affettivo autosufficiente
con molti percorsi liberi intorno e zero contatti con il mondo delle continue
richieste meccaniche”.
Come
in tutti i libri di De Carlo, il tema dell’anticonformismo è infatti
fondamentale. Il personaggio di Giovanni pare ancora alla ricerca di prospettive
originali per cercare le sue risposte, e questo lo spinge a rifiutare qualsiasi
routine o situazione che possa ingabbiare il suo spirito. Nonostante l’approccio
materialista di tutta la sua riflessione, alla fine la sua ricerca ossessiva di
libertà, che lo spinge a fuggire da qualsiasi situazione statica, seppur
positiva, non è altro che ricerca di spazio d’azione per l’essenza nascosta
in ognuno di noi, quella che ci differenzia dalle altre creature e che non può
accettare l’idea della propria fine senza una spiegazione. De Carlo la
chiamerebbe ragione, io la chiamo spirito, ma comunque è a quella che le
persone più evolute, più libere dai condizionamenti della loro sfera “animale”,
devono necessariamente delle risposte e delle azioni conseguenti, non possono
farne a meno.
Questa
continua fuga dalle situazioni statiche costituisce una costante di tutti i
protagonisti decarliani, da Guido Laremi in “Due di due” a Mario di “Treno
di panna”, da Uto a Durante. E sono personaggi che non possono che irritare le
persone troppo solide e “quadrate”, che le necessità materiali della vita
hanno reso capaci di molto pragmatismo e buon senso, ma anche privato dell’inquietudine
che può innescare la ricerca filosofica vera, di prima mano. Così anche
Giovanni appare spesso immaturo alla moglie, con cui battibecca continuamente
per telefono, sms, email. Eppure il germe del dubbio credo sia il dono più
prezioso che lui possa lasciare alla figlia: non ha nessuna utilità pratica ma
spinge a cercare in profondità, a raffinare la nostra ricerca e nobilitare la
nostra vita, se riusciamo a non farci fagocitare dal tritacarne quotidiano del
mondo.
Dati
ad un’esponente del mondo degli adolescenti, i più inclini al conformismo
delle mode, dei comportamenti, del gergo, i consigli di un vero anticonformista
mi paiono ancora più preziosi. Giovanni racconta come abbia avuto sempre il
coraggio di scegliere, di inventare e reinventare la sua esistenza, rifiutando
di adeguarsi, di sottostare a scelte imposte dal contesto in cui è capitato. Da
ragazzo sapeva solo quello che non voleva: “Non volevo dei
capelli normali e non volevo un lavoro normale, non volevo una casa normale, non
volevo una famiglia normale. Non volevo neanche delle scarpe normali”.
L’obiettivo
che Giovanni indica, quasi con paura, alla figlia è vago e poco “pratico”
ma sublime : “Assorbire e riflettere. Cogliere l’essenza delle cose animate
e ferme. Lasciarti passare attraverso la luce e il buio dell’universo.
Cogliere il punto di equilibrio profondo. Provarci, almeno. Il che non ti
impedisce di cadere ogni tanto in un vuoto improvviso di significati…”.
Seppure
illuminati, innervati da questa tensione metafisica, i dialoghi trattano anche
aspetti legati alla vita quotidiana, alle scelte lavorative, all’amicizia, ai
rapporti tra uomo e donna. Ma sarebbero scambi banali se non fossero sostenuti
dallo spirito inquieto e coraggioso, razionale e allo stesso tempo
pronto a forzare ogni statica ragionevolezza, che pervade ogni opera di Andrea
De Carlo.
DOLCI NAUFRAGI (Sulla Speranza, laica, di salvarsi) (9 dic 2007)
Qualche giorno fa ho seguito una di quelle puntate di “Otto e mezzo” in cui Giuliano Ferrara riesce a trasformare (come quasi solo lui sa fare) un’oretta di televisione in un’esperienza di forte contenuto spirituale.Di questo, ogni volta che succede, gli sono estremamente grato e spero che qualche altra persona all’altezza ne segua ogni tanto l’esempio (devo dire che anche le letture dantesche di Benigni, ultimamente, mi suscitano simili emozioni).
Si parlava della recentissima
enciclica papale “Spe salvi” (salvi grazie alla speranza).
Ferrara e la sua collega Ritanna
Armeni stimolavano gli ospiti (non tutti molto interessanti, in verità)a
riflettere sul fatto se sia possibile “salvare” la propria esistenza anche
per chi ripone la sua “fede” in speranze non esattamente religiose. Mi sono
reso conto, mentre ascoltavo avidamente, che quasi tutta la mia vita interiore e
le conseguenti azioni e progetti sono finora stati incentrati proprio su questa
questione e di come inevitabilmente, i romanzi che ho scritto, pur con
“l’obliquità” e le traslazioni di significato proprie del genere,
attraversino proprio quel territorio, in un lungo percorso di storie e
personaggi inquieti ed in cerca di verità.
Dal dibattito non m’è parso di
ricavare, sebbene gli stimoli disseminati soprattutto da Ferrara e dal
sindaco-filosofo Cacciari fossero spesso potenti e suggestivi, una risposta
sicura in senso negativo o affermativo: chi rimaneva fideisticamente (e
legittimamente) aggrappato alle sue certezze religiose, chi invece rivendicava
autonomia ma in un’ottica totalmente (e orgogliosamente) immanentistica e
materialista.
Trattandosi, ripeto, della mia
“riserva di caccia” d’elezione, mi piacerebbe uscire dalla vaghezza
(apparente) delle costruzioni letterarie per esplicitare qualche goccia di
quanto ho spremuto in tanti anni di vita, letture,
meditazione e scrittura. Mi permetto quindi di offrire qualche spunto di
riflessione ai miei lettori e ai visitatori del mio sito web.
La spiritualità non è esclusiva
delle religioni, che anzi, spesso, pur fornendo un’utile guida ai fedeli, li
privano del motore stesso di gran parte delle conquiste spirituali, cioè
l’inquietudine e la libertà di pensiero. L’essere laici e razionali ci
costringe a toccare con mano una verità incontrovertibile: la nostra vita, nel
suo senso ultimo, è avvolta in un mistero che non ci è dato di comprendere
fino in fondo. Se il fedele accetta, arrivato a questo punto, il soccorso della
Religione, con i suoi dogmi, premi e punizioni, il laico ha la possibilità di
non fermarsi necessariamente su una posizione nichilista (nego la rivelazione
della Verità da parte di Cristo, Maometto o altri, per cui credo solo in ciò
che vedo, sento, tocco: sono un materialista) ma di cercare di penetrare
autonomamente il mistero di cui la sua stessa vita, il suo stesso corpo, non
sono che un’emanazione.
Su questa strada di sincera
ricerca, le risposte non giungono come concetti formulabili in modo univoco, ma
spesso come un’energia e una consapevolezza che danno la netta sensazione di
essere in un solco di verità. Se volessimo racchiudere in una parola tutto il
coacervo di queste emozioni, pensieri e azioni, userei il termine Evoluzione.
Questa mi pare la chiave, sia a livello individuale che collettivo, in grado di
farci affacciare con un sentimento di umanissima esaltazione sull’abisso di
tempo e di spazio di cui occupiamo (forse) solo un minuscolo segmento. In questo
mare infinito ci perderemo con dolcezza, ma non sarà necessariamente un
naufragio, se controlleremo continuamente e contemporaneamente la bussola della
ragione e quella dei sentimenti.
Le bussole indicano la direzione in
modo spesso inequivocabile:
è meglio essere approssimativi o
abilissimi nel proprio lavoro? Essere pigri o infaticabili? Ignoranti o colti?
Inerti o costruttivi? Sedentari o sportivi? Ladri o onesti? Ignoranti o colti?
Vili o coraggiosi? Bugiardi o sinceri? Meschini o generosi? Arrendevoli o
tenaci? Crudeli o compassionevoli?...
Se ciascuno di noi desse davvero
una risposta sincera e profondamente meditata a queste domande e
ad altre simili, ad ogni bivio delle proprie giornate, saprebbe con
certezza cosa scegliere. La qualità e la nobiltà della sua vita si porrebbero
talmente in evidenza ai suoi stessi occhi, cammin facendo, che ne proverebbe una
gioia così insopprimibile da rappresentare un’epifania: perchè le sole gioie
davvero durevoli per quegli esseri straordinari che sono in potenza gli uomini e
le donne DEVONO partecipare del
misterioso disegno universale che noi soli in natura sembriamo appercepire.
Tutti coloro che si sono
“mossi” dallo scetticismo materialista e nichilista e hanno creduto nelle
epifanie dell’azione, scaturite dalle migliori virtù e capacità umane
coltivate con fatica e disciplina, sanno esattamente di cosa ho cercato di
parlare in queste righe.
Marcello Nicodemo
“I
FUOCHI DEI KELT” di Giovanni D’Alessandro
52
A.C.:NELLE VISCERE DELLA STORIA INSIEME AD HOCHAM “IL FALCO”, AURIGA DI UN
PRINCIPE GALLICO
Ho
trovato questo romanzo storico di una bellezza travolgente, per il suo evidente
rigore nell’uso delle fonti storiche e, nel contempo e non
contraddittoriamente, per la sua icasticità quasi visionaria. Poi, anche per un
discreto lirismo intimista, che si mescola con quello di più ampio respiro,
legato agli avvenimenti storici che coinvolgono masse sterminate di uomini.
Siamo
nel 52 a.C., alla resa dei conti della lunghissima campagna di conquista romana
in Gallia guidata da Giulio Cesare. Ma non vediamo la guerra dalla prospettiva
dei romani. Chi ci porta con sè, nei mesi finali di questa tragedia sanguinosa
ed efferata, è Hocham “il falco”, uno schiavo diciassettenne molto abile
con i cavalli, e per questo scelto come auriga dal principe arverno
Werkasswellauns, cugino di Vercingetorige.
Filtrate
dagli occhi e dallo spirito ingenuo ma pronto, umile e coraggioso, del giovane
auriga, ci piombano addosso, fino ad avvolgerci completamente, le scene
dell’assedio di Avarico (l’odierna Bourges), poi la sconfitta romana nel
tentativo di conquistare Gergovia, fino alla resa dei conti finale, nel famoso
assedio di Alesia, dove l’organizzazione militare romana e il genio di Cesare
riuscirono ad avere ragione di un esercito molto superiore numericamente, che
premeva da entrambi i lati le legioni, accampate entro una mastodontica
fortificazione circolare, che girava intorno a tutta la città.
La
sensazione è proprio quella di essere lì, tra i galli, anzi, i Kelt. In mezzo
a popoli celtici fieri e combattivi, ai loro usi e costumi secolari, ai loro
dei, riti e tabù, un attimo prima che quel mondo cada nelle mani di Roma, per
uniformarsi alle leggi, i costumi, la lingua del nascente Impero. Il narratore
esterno che ci accoglie all’inizio nella odierna Bourges, si fa lentamente da
parte e lascia il campo, presta la voce (resosi magicamente “medium” ,
grazie alla sottigliezza letteraria dell’autore) al giovane Hocham, trepidante
per le mille emozioni di quel momento così decisivo per la sua sorte e quella
dei popoli Kelt.
Con
Hocham viviamo tra i cavalli da lui accuditi e gli uomini e le donne da lui
incontrati. E su tutto incombe un’atmosfera tragica, l’incubo di Kaisar, che
con la sua astuzia e la potenza delle sue legioni, potrebbe sferrare un attacco
letale da un momento all’altro. Poi la speranza della vittoria, quando attorno
a Vercingetorige, vista la vittoria di Gergovia, si coalizzano quasi tutti i
popoli Kelt.
Nel
finale, siamo a capo della cavalleria, perchè Hocham conduce il cocchio del
principe in prima linea, durante l’attacco finale alla grande fortificazione
romana, in un punto dove appare meno inespugnabile.
Abbiamo aspettato il sorgere del giorno, dopo avere silenziosamente aggirato a distanza la palizzata romana. E anche noi, come Hocham, guerrieri per la prima volta, corriamo a precipizio verso il nostro destino, che sia Libertà o Morte.
E’
stata un’esperienza indimenticabile, e il suo valore, oltre che letterario e
storico, è anche etico. Perchè il capovolgimento di prospettiva di
D’Alessandro rende ancora più onore “ai morti senza nome di ogni guerra”,
cui il libro è dedicato. E ci lascia dentro una nausea dolorosa della guerra,
che non può non essere eticamente produttiva.
In
vista del doppio Aperitivo Creativo in Abruzzo con Gianrico Carofilgio, Sabato
29 gennaio 2005, alle 16,30 a Chieti, libreria De Luca, v. De Lollis, 12/14
(0871/330154) e alle 18,30 a Pescara presso la libreria Libernauta, v.Teramo, 27
(085/2056090), metto in rete questa piccola “introduzione all’autore”,
sperando che interverrete numerosi come al solito.
Carofiglio
è sostituto procuratore antimafia a Bari, che è anche la sua città. Ha 44
anni e l’hobby delle arti marziali, (anche il suo alter ego avvocato Guerrieri
pratica la boxe). Ha pubblicato per la casa editrice Sellerio prima “Testimone
inconsapevole” poi “Ad occhi chiusi”, entrambi thriller legali. Ora è
uscito per la Rizzoli con “Il passato è una terra straniera”. Durante gli
incontri l’autore presenterà quest’ultimo volume, ma senz’altro si parlerà
anche dei romanzi precedenti.
Un
ingrediente dei legal thriller pubblicati con Sellerio, in cui l’avvocato
Guerrieri si trova a difendere un immigrato senegalese accusato dell’omicidio
di un bambino e a rappresentare una
donna maltrattata dal suo ex compagno, un personaggio violento ma apparentemente
inattaccabile, perchè figlio di un importante magistrato, è senz’altro il
fatto che Carofiglio è lui stesso un uomo di legge. Questo dà al realismo
pregnante delle storie un’ulteriore capacità di catturare il lettore, di
creare quella che chi si occupa di narratologia chiama “Sospensione
dell’incredulità”. Poi, sempre in quest’ottica, l’autore aderisce più
che può al tipo di realtà di cui ha conoscenza diretta, ambientando tutti i
suoi libri (anche il terzo) nella città di Bari, dove è nato e cresciuto e
dove ancora vive e lavora.
Ma se il procedere dei romanzi secondo il genere del thriller crea la suspense che tiene il lettore incollato alle pagine, il valore artistico dei libri di Carofiglio è dato soprattutto da un altro ingrediente dei suoi cocktail narrativi: l’umanità complessa ed inquieta dei suoi personaggi protagonisti, cioè l’avvocato Guerrieri nei primi due libri e lo studente di Giurisprudenza Giorgio Cipriani nell’ultimo. Grazie al cavallo di Troia dei casi di cui si occupa, Guerrieri ci comunica i dubbi, le nevrosi, la ricerca profonda di un modo di stare al mondo intenso e “scelto”. Il suo percorso interiore si mescola con i fatti e le persone coinvolte nei delitti in questione, li mette in prospettiva e li sviscera in profondità, illuminandoli di una luce particolare, che svela e nasconde allo stesso tempo, perchè nasce da un idealismo laico e un po’ individualista, prodotto con fatica, sempre in bilico, apparentemente.
GIRO
DI VENTO di Andrea De Carlo
Un
libro per tutti e per nessuno (come al solito) (31/10/2004)
Ho appena
finito di leggere “Giro di vento”, l’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, e,
come al solito è iniziato quel misto di spaesamento ed euforia, inevitabile
tensione introspettiva e risveglio di energie sopite, insomma, quel piccolo
cataclisma che ogni suo libro mi infila dentro di soppiatto. E’ come aver
bevuto un piacevole intruglio tutto d’un fiato, senza star troppo a pensarci,
e poi rimanere frastornati, sorpresi dalla potenza dell’effetto. Ed è sempre
stato così, tranne rare eccezioni.
Ogni
volta poi, mi tornano in mente le cose che sento dire su De Carlo da critici,
scrittori, semplici lettori: “si è dato ad una letteratura nazional-popolare”,
“scrive troppo e non ha più niente da dire”, “è fasullo”, “scrive
sempre le stesse cose”.
Mi
è tornata in mente la frase che Nietzsche mise in apertura del suo “Così
parlò Zaratustra” : un libro
per tutti e per nessuno.
Mi
sembra che i libri di De Carlo siano proprio così, apparentemente leggeri,
cinematografici, montati con sapienti accorgimenti che ho lungamente osservato
quando su di essi scrivevo la mia tesi di laurea, eppure di una densità
psicologica, di una complessità emotiva spesso infinite, perchè provocano in
me infinite domande, fanno riemergere questioni in sospeso, suscitano emozioni a
catena, che mi fanno andare avanti e indietro lungo la mia vita e la mia
esperienza del mondo, e mi spingono oltre.
Probabilmente
questa disparità di reazioni è dovuta allo stile assolutamente mimetico dell’autore.
De Carlo, come diceva Verga, primo maestro del realismo letterario in Italia,
offre delle storie che “sembrano farsi da sè”. Più di qualsiasi altro
scrittore realista si affida, per dire ciò che gli preme dire, al presentare
una copia fedele della realtà, invece di cercare di raggiungere l’ineffabile
con le parole. Questo “disprezzo per le parole” può sembrare una
contraddizione in termini per uno scrittore, ma lo è solo apparentemente ed è
ciò che rende l’autore milanese unico e inconfondibile in tutto il panorama
letterario nazionale. Per lui le parole sono solo umile materia grezza, basti
notare come, fin dal suo primo libro “Treno di panna”, ha violentato ogni
regola ed ogni consuetudine del linguaggio narrativo, abbassandolo e
distorcendolo a suo piacimento.
Ma
da dove verrebbe la profonda espressività delle sue storie allora, se si limita
a imitare il mondo tramite uno stile ampiamente visuale? Dall’intelligenza del
montaggio, dalla sensibilità nella creazione delle scene e dal tono della voce
narrante (nei romanzi scritti, quasi tutti ma non questo, in prima persona). Tutto
ciò che vale di più nei romanzi di De Carlo è nascosto, e non ci vuole
cultura per scoprirlo ma personalità, una certa affinità che venga dall’essere
andati fino al centro della propria vita e averla rivoltata come un guanto, dall’aver
voluto inventarsi una vita unica, sincera, intensa fino all’ultimo respiro,
dal non accettare di restar fermi nelle situazioni in cui la vita coi suoi
infiniti condizionamenti tende continuamente a rinchiuderci, dall’essere
sempre un po’ in fuga da sè stessi, verso un se stesso migliore, una pagina
nuova da vivere. Più si è andati a fondo e si è lottato tenacemente per
risalire, più la parte sommersa degli iceberg letterari decarliani si fa
sentire in tutta la sua forza. Più ci si limita, arrocati in una visuale
statica, alla punta, alla parte visibile, meno si può entrare nel significato
profondo di queste storie.
“Giro
di vento”, che con la serie di terze persone immerse narranti costituisce una
necessaria eccezione nella produzione decarliana, ci lascia lì, mezzo alle
cose, ai fatti, come avviene nella vita vera. Ma il retrogusto di questo
temporaneo sconvolgimento di abitudini e prospettive non può non lasciare
qualche segno, basta lasciare una finestra aperta o spalancarle tutte.
Il trenta maggio scorso ho fatto
da spalla a Giuseppe Culicchia nella presentazione del suo ultimo romanzo “Il
paese delle meraviglie”(Garzanti Editori”) presso la libreria Libernauta a
Pescara. E’ stata una serata intensa, dedicata ad un libro che è a mio avviso
il migliore finora dell’autore torinese. Nell’occasione ho anche avuto
voglia di andarmi a rivedere i suoi vecchi romanzi e racconti, il che mi ha
suscitato diverse riflessioni che in parte ho “esternato” durante
l’Aperitivo Creativo, in parte metto direttamente qui, nella sezione
Pezzidimente del mio sito.
Innanzitutto, devo dire, che
Culicchia è, fin dal primo libro “Tutti giù per terra”, uno dei miei
narratori preferiti, perchè, a differenza di moltissimi rispettabili autori che
scrivono dei libri ben confezionati, intelligenti, colti, utilizzando una prosa
levigata ed impreziosita in vari modi, ingredienti quali una trama ben
architettata e magari giallistica, un po’ di amore e morte, utopia e critica
sociale (in genere di sinistra)... ma non hanno nulla di originale e profondo
da dire, per cui abbiano pagato un prezzo nella loro vita, Culicchia ha la
forza pervasiva della sincerità assoluta e una voce talmente originale da
rendere i suoi libri “necessari”.
Il punto di partenza delle sue
storie è sempre un’angoscia, un vuoto esistenziale
“leopardiano” e un’inquietudine che chiunque li abbia provati
di prima mano non può non riconoscere come autentici. E i suoi libri mettono il
mondo in prospettiva facendolo stridere con questa soffocante mancanza di
senso e di una gioia equilibrata e stabile, con risultati espressivi che
oscillano tra due poli distinti ma anche complementari: una grande RABBIA
e una caratteristica, fortissima
dose di IRONIA , che traspare già dai titoli di quasi tutti i suoi libri (“Ambarabà”,
Bla,bla,bla”,ecc...).
Quest’ironia
dà alle storie un aspetto quasi fumettistico, caricaturale, ma il fumetto
sarebbe un fumetto caustico e acido, alla
Andrea Pazienza, in cui una
comicità a tratti irresistibile si collega sotterraneamente col suo opposto,
cioè
una visione essenzialmente tragica della vita.
Sarà per questo che ho sempre messo Culicchia tra i miei preferiti,
perchè anch’io, pur nella ricerca incessante di un equilibrio, di un circolo
virtuoso di azioni emozioni avventura pensieri affetti, rimango attaccato ad una
concezione tragica dell’esistenza umana. Come Attila ne “Il paese delle
meraviglie” penso che “essere
vivi è una figata pazzesca, anche se poi va a finire malissimo”.
Ma in
Culicchia la ricerca di valori positivi cui ancorare la propria vita è tenuta
talmente sottotraccia da apparire solo come minuscole scintille di speranza in
un buio assurdo, popolato da esseri per lo più grotteschi e insignificanti.
L’essenza di questi labili aneliti di speranza è spesso incarnata da alcuni
personaggi marginali, dotati di profonda onestà e schiettezza (quali la zia di
Walter in “Tutti giù per terra” o il nonno di Attila ne “Il paese delle
meraviglie”), che l’autore schizza con affetto, affetto che acquista più
tenerezza proprio a contatto con tutta la disperazione di fondo.
Ma
veniamo alla storia raccontata ne “il paese delle meraviglie”:
Attilio
(detto Attila) e Franz Zazzi, suo kamikaze
di banco,
hanno quattordici anni nel 1977,
l’anno dell’esplodere della seconda grande contestazione giovanile, della tv
a colori, degli anni di piombo, della musica punk. Attila è un ragazzo timido e
inquieto, insofferente del padre rassegnato e la madre bigotta e avida, ha un
buon rapporto solo con Alice, la sorella, che presto però va a Milano per
l’università, e
col vecchio nonno, già autore di un bestseller molti anni prima, il
trattato “Sul metodo perfetto per il lavaggio domenicale dell’utilitaria
ad uso degli italiani”.
Zazzi
è un neonazista convinto, sempre teso, sempre audacemente critico verso tutto e
tutti e istintivamente pronto alla rissa e all’avventura, corroborato dai
mille motti nazi-fascisti che recita a memoria o si scrive a penna sulle t-shirt
bianche Fruit of the loom, tipo quello che conclude il suo divertentissimo tema
sul Volgare, incentrato sull’uso della parola “cazzo” nella lingua
italiana moderna: “ME NE FREGO
E’ IL NOSTRO MOTTO, ME NE FREGO DI MORIRE, ME NE FREGO DI BOMBACCI E DEL SOL
DELL’AVVENIRE”.
I due,
nell’attraversare quest’anno di passaggio così insospettabilmente
importante, con i loro dialoghi e le loro gesta quotidiane, ci divertono e ci
riportano a quei giorni di violenze e opposte, pur se magari approssimative,
tensioni ideali. Ma come sempre con Culicchia, dietro il divertimento spuntano
il nichilismo e la disperazione, o almeno la tentazione di lasciarvisi
affondare.
Per chi c’era, già l’aver sentito Culicchia recitare i suoi personaggi dal vivo, è stato un richiamo abbastanza irresistibile a leggere il libro, a chi non c’era, lo consiglio vivamente, perchè è un romanzo che, nella sua apparente leggerezza, è in grado di sollecitare molti pensieri, insinuare emozioni complesse. Buona lettura a tutti.
La scommessa azzardata degli U.S.A. (6/4/2003)
Nelle
numerose trasmissioni che seguo che sviscerano in ogni modo il tema della
Spesso ho
guardato con simpatia ai cortei pacifisti in tutto il mondo eppure,
Ci ho pensato
molto e ho concluso che il motivo è che credo sia una posizione utopistica, per
quanto nobile e condivisibile. La realtà è che una rete terroristica
internazionale ha
Il fatto è
che di fanatici fondamentalisti che farebbero volentieri una nuotata in un bel
lago artificiale del NOSTRO sangue di occidentali, per lo più
inermi,laici e pacifici, per fortuna sono pochi. E pochi gli stati e governanti
che segretamente (e quindi non in modo chiaramente comprovabile) danno sostegno
a questa pazzesca nuova crociata all’incontrario.
Ma veniamo
all’Iraq e agli Usa, e costruiamo una grossa metafora semplificatrice.
Un tizio fuori
di testa, che sapete ha compiuto diversi omicidi ma è sempre stato scagionato
per mancanza di prove, rapisce il figlio di un vostro amico (molto ricco, ma
questo mi pare comunque secondario). Voi decidete di aiutare a liberarlo e, con
l’aiuto di altri amici forti e generosi, costringete il tizio (purtroppo con
mezzi inevitabilmente violenti) a restituire il bambino alla famiglia. Da quel
momento, il sanguinario rapitore di bambini sarà tenuto in libertà vigilata e
i suoi beni (perché è anche lui molto ricco) tenuti sotto
controllo
(anche purtroppo a costo di rendere la vita molto dura ai suoi consaguinei
innocenti). Cosa pensate che farà quell’assassino? Non giurerà di farvela
pagare ad ogni costo, fosse l’ultima azione della sua vita?
Anni dopo,
cominciate a subire misteriose molestie e attacchi di ogni tipo. Vi incendiano
Gli Usa, con
l’alleata Gran Bretagna, (che dopo averla creata hanno insegnato ed esportato,
pur tra mille contraddizioni, la democrazia in tutto il mondo)
hanno deciso di non aspettare e di prendere il rischio enorme di togliere
dalla faccia della terra un altro regime medievale (dopo quello dei Talibani),
con tutte le sue ingiustizie interne e i pericoli all’esterno che esso
comporta. La scommessa potrà essere vinta solo se sarà una guerra rapida e
relativamente “pulita”, se altri stati islamici non si alleeranno con
l’Iraq, se non si darà il tempo e l’occasione all’odio e
all’indignazione per un’operazione discutibile di alimentare nuovo
terrorismo, se infine le contraddizioni e l’avidità di una certa America non
prevarrano, accaparrandosi cinicamente le ricchezze petrolifere dell’Iraq.
Il rischio, lo
ripeto, è enorme, e comprende anche il possibile estendersi del conflitto fino
ad arrivare ad una terza guerra mondiale. Ma solo il tempo potrà dire se gli
Usa, contando anche sulla forza contagiosa della libertà, l’avranno
vinta. In quel caso, e io spero fortemente che sarà così, l’avrebbero vinta
anche per tutti noi e per i figli e i fratelli di quelli che purtroppo
saranno morti in combattimento o accidentalmente in questa strana guerra
preventiva.
VOGLIO
ESSERE V.I.P. (19/92002)
A
stimolare queste riflessioni sono intervenuti diversi fatti, diverse immagini e
suoni forti che si sono riverberati per giorni al mio interno.
L’altro
giorno, su TV FOX NEWS, una tv americana che tengo spesso come sottofondo delle
mie giornate, per esercitare l’inglese, c’era una giornalista che parlava di
V.I.P. che erano raccolti a Washington per le commemorazioni dell’undici
settembre. Li ho immaginati e, pur nell’umana compassione dovuta al pensiero
dei morti innocenti che si stavano onorando, non ho potuto fare a meno di
provare una punta di fastidio. Erano contriti e preoccupati, pieni di buone
intenzioni e cristiano spirito di fratellanza, eppure, mentre li scrutavo nella
mia immaginazione, non potevo fare a meno di pensare come dentro di sè fossero
anche allora impegnati a far calcoli per le loro carriere, case al mare e in
montagna e all’estero, mogli e amanti e figli rampanti. Perchè è così che
funziona la mente dei V.I.P.. Le loro vite sono una gara senza sosta, una lotta
spietata per arrivare sempre più in alto, assecondando il loro credo: la
sopravvivenza del più forte, la selezione naturale, che porta i “migliori”
ad eccellere e ad acquistare denaro, potere, felicità; gli altri a soccombere
ad una vita ordinaria e grigia di moderni schiavi. E non si fermano mai, spinti
dalla forza e dall’esaltazione che traggono da questo credo.
Per
anni, un urlo che si alza dal mondo talmente forte, ma con tanta costanza che
non ci rendiamo quasi più conto di udirlo, mi ha reso inquieto, sballottato,
depresso: “SALVATI FINCHE’ SEI IN TEMPO: AL MONDO SI VINCE O SI PERDE!
NON ILLUDERTI CHE NON SIA COSI’. AFFERRA UN TRENO CHE TI PORTI ALLA
FELICITA’, CHE SOLO SOLDI E POTERE POSSONO DARTI. IL RESTO SONO CHIACCHIERE DI
PERDENTI FRUSTRATI!”.
Non sono mai salito su quel treno, e nello stesso tempo ho cercato di capire se le parole dei “controcorrente” fossero solo chiacchiere di perdenti frustrati, e spesso tali mi sono sembrate, anche perchè, di frequente, i “controcorrente” più dotati monetizzano le loro chiacchiere e diventano V.I.P. anche più fastidiosi di quei “gatti grassi” americani che tengono il mondo nelle loro grinfie, perchè la loro avidità è aggravata da una nauseante incoerenza.
Altri
fatti si mischiavano alle mie riflessioni, mentre ancora mi sentivo davanti ad
un bivio, ancora in tempo a salire su un treno di vincenti se avessi voluto.
Altre immagini televisive, altri suoni, altre facce ed altre parole.
Il
sorriso pervasivo di Berlusconi e le polemiche sull’ennesima legge “pro domo
sua”, ancora una volta in grado di intaccare un baluardo del sistema
democratico come il sistema giudiziario. I gatti grassi nostrani che, spesso con
un po’ di vergogna, si accostano quatti alla mangiatoia, per vedere se è vero
che possono tornare ad ingozzarsi come ai bei tempi, e già si leccano i baffi.
Poi
le parole di Luciano Ligabue, un artista vero a mio parere, che, col suo dono di
saper sintetizzare in poche espressioni personalissime un intero mondo di
pensieri ed emozioni, urlava dal palco del FESTIVALBAR che “TUTTI VOGLIONO
VIAGGIARE IN PRIMA” ma che alcuni “RIMANGONO COI SOGNI MEZZI
APERTI” e dai gatti grassi
non accettano nemmeno una gazzosa.
Un
mio amico dice che Ligabue predica le sue parole controcorrente ai quindicenni e
intanto si ingozza di miliardi alle loro spalle. E’ vero? E’ un altro che ha
monetizzato ed è entrato a far parte dei gatti grassi che dice di detestare? E
Andrea De Carlo (altro artista di grande forza, per me), i cui personaggi (in
“Di noi tre”) rinunciano ad ingaggi miliardari mentre lui ne accetta
(probabilmente di simile entità) dall’editrice di proprietà di Berlusconi?
Credo
ci sia una differenza (anche se questo, fino in fondo, possono saperlo solo gli
interessati). Un artista o chiunque altro eccella in un’attività può, se ha
fortuna, anche diventare ricco. Non è questo che non mi piace, non demonizzo il
denaro. Quello che rifiuto è il superomismo malinteso che ha avvelenato il
mondo occidentale nell’ultimo secolo, volgarizzato e veicolato in mille modi
diversi, da D’Annunzio a Mussolini, da Hitler all’”American way of
life”, dagli stipendi sbalorditivi dei calciatori alla violenza sottile dei
messaggi pubblicitari. Detesto i sorrisi troppo pronti di chi è sempre in
carriera, sempre a far calcoli, sempre aggressivamente intento ad arrampicarsi
sulle spalle degli altri per arrivare più su. Non ho bisogno di diventare
vecchio e guardarmi indietro per capire che non è qui che posso trovare una
possibile felicità.
Allora,
oggi sento di poter imboccare, senza ulteriori esitazioni, una delle due strade
del bivio, perchè, a voler sfruttare l’acronimo, se voglio essere V.I.P. lo
voglio essere solo nel senso di VERO, INTENSO e PICCOLO, come uno dei
tanti puntini vibranti di un quadro impressionista, che brilli di luce
autentica, contribuendo alla bellezza del dipinto con tutta la forza del suo
essere, ma senza gonfiarsi a dismisura per poi scoppiare, alla fine, come un
pallone gonfiato, magari lasciando macchie indelebili.
(perché
si scrive, perché scrivo)
Lo
sapevo già, ma ne ho avuto ultimamente una conferma “fisica”, tangibile e
diretta, quando, dopo aver pubblicato il mio primo libro, diverse persone hanno
voluto farmi leggere le loro cose.
Erano
persone molto diverse tra loro, chi giovanissimo (come la dolce e solare Marika)
chi oltre i settanta (come la “mitica” signora Antonietta), chi colto e
bilingue (come il giornalista sportivo Lorenzo), chi con la quinta elementare,
chi con un animo decisamente conservatore, chi attivamente progressista (come
“l’urlatrice” Daniela).
Insomma
tutti scrivono (in qualche modo, più o meno), tutti scriviamo, e io che (a
ripensarci ora, che ho finalmente un libro “fuori” e mi sembra assolutamente
naturale) ho in qualche modo
dedicato alla scrittura tutta la mia vita, anche “in negativo”, per tutte le
cose che “non” ho fatto e “non “ ho lasciato che mi intrappolassero e mi
togliessero il tempo di scrivere, mi trovo spesso a chiedermi perché.
Perché
ci affanniamo a scrivere storie di carta, rubando spesso molto tempo alla nostra
vita “vera”?
Perché
accumuliamo anni e anni di frustrazioni a girare intorno con le parole
a pensieri nascosti e immagini vagamente rivelatrici?
Perché
poi, quando ci sembra di averli più o meno “acchiappati”, andiamo
testardamente, per ulteriori anni e forse per sempre, a sbattere ripetutamente
la testa contro i muraglioni della inespugnabile cittadella del “mondo
letterario”, che con la sua logica ormai freddamente industriale non ha né
tempo né denaro da sprecare intorno alle nostre invenzioni spesso (per fortuna)
senza alcuna intrinseca “commerciabilità”?
Vivendo
e leggendo, scrivendo e meditando mi sono reso conto che scriviamo tutti (tranne
quelli che hanno studiato marketing e inseguono proprio la “commerciabilità”)
per riprendere un discorso interrotto.
Tutti
abbiamo un discorso lasciato a metà, con noi stessi o con qualche eletto ed
indefinito interlocutore.
Tutti
abbiamo avuto (più o meno, in qualche modo) dei momenti in cui ci siamo sentiti
“soli sul cuor della terra” e abbiamo avuto l’amara sensazione che le
nostre ore, giorni, mesi, anni, invece di portarci verso una meta distante ci
portino (e prendano) solo un po’ in giro. Su quel vuoto, sospesi e impauriti,
tutti ci siamo soffermati e ci siamo detti che non potevamo continuare così,
che (più o meno, in qualche modo) volevamo una vita che seguisse un senso
dritto che noi le avremmo dato, dopo averlo scoperto, o almeno intravisto. E
allora, magari, abbiamo fatto un passo, un’azione dirompente e diversa che,
dopo averci sballottato un po’, ci ha dato l’impressione di vivere una vita
nuova, finalmente fino in fondo sincera e coraggiosa, libera e curiosa,
avventurosa e in movimento incessante su un nostro personale sentiero.
Ma
poi, questo momento magico e questa euforia, questo contatto tra la nostra
essenza più intima e la nostra realtà quotidiana, è svanito, e la meccanicità
dei giorni e dei pensieri, delle abitudini e delle necessità ci ha ripresi e
mandati ancora in giro per lo
spazio e per il tempo, e abbiamo dimenticato quell’azione, pur custodendone il
gusto vittorioso in qualche zona recondita della nostra personalità.
E’
lì che ci dirigiamo quando finalmente riusciamo a trovare il tempo e
l’isolamento necessari e ci mettiamo a scrivere, verso quella parentesi in cui
lo spazio e il tempo si annullano (e li riplasmiamo a nostro piacere). Lì
cerchiamo di nuovo soltanto la vera essenza del nostro essere uomini e donne
persi in un punto dell’universo.
E
di questa ricerca la nostra vita (in qualche modo, più o meno) porterà per
sempre le tracce, perché è forse l’unica cosa che davvero conti.
