Pezzi Vecchi (pensieri vari)

 

Considerazioni su PURA VITA di Andrea  De Carlo      (28/11/2009)

  A Lilly, che mi ha chiesto qualche riflessione su questo libro di De Carlo per fare un tema assegnatole dalla prof di Lettere. Le considerazioni mi sono venute un po’ “da grande”, vedi di rifletterci su autonomamente. Del resto, non potevi aspettarti che un altro prof di Lettere ti desse qualcosa da copiare… Spero questi appunti ti siano utili.

  Si tratta delle conversazioni tra un padre, storico di mezz’età e la figlia adolescente, durante un viaggio verso la Camargue, la zona paludosa intorno alla foce del fiume Rodano, in Francia.

Il libero fluire dei pensieri fa sì che i due si trovino a parlare un po’ di tutto, fino ad arrivare al centro del mistero dell’esistenza umana, alle domande cruciali, alla pura essenza della vita (il significato dell’espressione spagnola “Pura vida”).

Ad alcune di queste domande il padre fornisce risposte, di fronte ad altre non può che aprire nuovi interrogativi, ma ciò che è interessante è la sincera tensione che pervade i dialoghi, una sorta di diario di bordo di un viaggio ben più importante di questo nel sud della Francia: quello della nostra breve permanenza nel mondo.

Tra i temi delle conversazioni quello centrale riguarda l’individuazione di un percorso lineare e costruttivo nell’esistenza e la possibilità o meno di migliorare i nostri difetti, oltre che basarci sulle nostre qualità, insomma la possibilità di arricchire quella che Giovanni, il padre, chiama “la nostra dotazione di base”. Egli su questo, come sulla possibilità di conoscere il vero senso del nostro destino, ammette onestamente tutti i suoi dubbi : “Non sappiamo con certezza le ragioni di niente. In compenso abbiamo i nomi…E quando abbiamo una buona scorta di nomi, ci sembra di avere una buona familiarità con il mondo”.

Giovanni è però una persona intelligente e sensibile e nel suo continuo interrogarsi, pur non potendo indicare verità incontrovertibili alla ragazza, riesce a dare consigli spesso pieni di profonda e meditata umanità.. Quello cui aspira, ad esempio, è “un nucleo affettivo   autosufficiente con molti percorsi liberi intorno e zero contatti con il mondo delle continue richieste meccaniche”.

Come in tutti i libri di De Carlo, il tema dell’anticonformismo è infatti fondamentale. Il personaggio di Giovanni pare ancora alla ricerca di prospettive originali per cercare le sue risposte, e questo lo spinge a rifiutare qualsiasi routine o situazione che possa ingabbiare il suo spirito. Nonostante l’approccio materialista di tutta la sua riflessione, alla fine la sua ricerca ossessiva di libertà, che lo spinge a fuggire da qualsiasi situazione statica, seppur positiva, non è altro che ricerca di spazio d’azione per l’essenza nascosta in ognuno di noi, quella che ci differenzia dalle altre creature e che non può accettare l’idea della propria fine senza una spiegazione. De Carlo la chiamerebbe ragione, io la chiamo spirito, ma comunque è a quella che le persone più evolute, più libere dai condizionamenti della loro sfera “animale”, devono necessariamente delle risposte e delle azioni conseguenti, non possono farne a meno.

Questa continua fuga dalle situazioni statiche costituisce una costante di tutti i protagonisti decarliani, da Guido Laremi in “Due di due” a Mario di “Treno di panna”, da Uto a Durante. E sono personaggi che non possono che irritare le persone troppo solide e “quadrate”, che le necessità materiali della vita hanno reso capaci di molto pragmatismo e buon senso, ma anche privato dell’inquietudine che può innescare la ricerca filosofica vera, di prima mano. Così anche Giovanni appare spesso immaturo alla moglie, con cui battibecca continuamente per telefono, sms, email. Eppure il germe del dubbio credo sia il dono più prezioso che lui possa lasciare alla figlia: non ha nessuna utilità pratica ma spinge a cercare in profondità, a raffinare la nostra ricerca e nobilitare la nostra vita, se riusciamo a non farci fagocitare dal tritacarne quotidiano del mondo.

Dati ad un’esponente del mondo degli adolescenti, i più inclini al conformismo delle mode, dei comportamenti, del gergo, i consigli di un vero anticonformista mi paiono ancora più preziosi. Giovanni racconta come abbia avuto sempre il coraggio di scegliere, di inventare e reinventare la sua esistenza, rifiutando di adeguarsi, di sottostare a scelte imposte dal contesto in cui è capitato. Da ragazzo sapeva solo quello che non voleva: “Non volevo dei capelli normali e non volevo un lavoro normale, non volevo una casa normale, non volevo una famiglia normale. Non volevo neanche delle scarpe normali”.

L’obiettivo che Giovanni indica, quasi con paura, alla figlia è vago e poco “pratico” ma sublime : “Assorbire e riflettere. Cogliere l’essenza delle cose animate e ferme. Lasciarti passare attraverso la luce e il buio dell’universo. Cogliere il punto di equilibrio profondo. Provarci, almeno. Il che non ti impedisce di cadere ogni tanto in un vuoto improvviso di significati…”.

Seppure illuminati, innervati da questa tensione metafisica, i dialoghi trattano anche aspetti legati alla vita quotidiana, alle scelte lavorative, all’amicizia, ai rapporti tra uomo e donna. Ma sarebbero scambi banali se non fossero sostenuti dallo spirito inquieto e coraggioso, razionale e allo stesso tempo pronto a forzare ogni statica ragionevolezza, che pervade ogni opera di Andrea De Carlo.

 

  Marcello Nicodemo  

 

DOLCI NAUFRAGI (Sulla Speranza, laica, di salvarsi) (9 dic 2007)

Qualche giorno fa ho seguito una di quelle puntate di “Otto e mezzo” in cui Giuliano Ferrara riesce a trasformare (come quasi solo lui sa fare) un’oretta di televisione in un’esperienza di forte contenuto spirituale.Di questo, ogni volta che succede, gli sono estremamente grato e spero che qualche altra persona all’altezza ne segua ogni tanto l’esempio (devo dire che anche le letture dantesche di Benigni, ultimamente, mi suscitano simili emozioni).

Si parlava della recentissima enciclica papale “Spe salvi” (salvi grazie alla speranza).

Ferrara e la sua collega Ritanna Armeni stimolavano gli ospiti (non tutti molto interessanti, in verità)a riflettere sul fatto se sia possibile “salvare” la propria esistenza anche per chi ripone la sua “fede” in speranze non esattamente religiose. Mi sono reso conto, mentre ascoltavo avidamente, che quasi tutta la mia vita interiore e le conseguenti azioni e progetti sono finora stati incentrati proprio su questa questione e di come inevitabilmente, i romanzi che ho scritto, pur con  “l’obliquità”  e le traslazioni di significato proprie del genere, attraversino proprio quel territorio, in un lungo percorso di storie e personaggi inquieti ed in cerca di verità.

Dal dibattito non m’è parso di ricavare, sebbene gli stimoli disseminati soprattutto da Ferrara e dal sindaco-filosofo Cacciari fossero spesso potenti e suggestivi, una risposta sicura in senso negativo o affermativo: chi rimaneva fideisticamente (e legittimamente) aggrappato alle sue certezze religiose, chi invece rivendicava autonomia ma in un’ottica totalmente (e orgogliosamente) immanentistica e materialista.

Trattandosi, ripeto, della mia “riserva di caccia” d’elezione, mi piacerebbe uscire dalla vaghezza (apparente) delle costruzioni letterarie per esplicitare qualche goccia di quanto ho spremuto in tanti anni di vita, letture,  meditazione e scrittura. Mi permetto quindi di offrire qualche spunto di riflessione ai miei lettori e ai visitatori del mio sito web.

La spiritualità non è esclusiva delle religioni, che anzi, spesso, pur fornendo un’utile guida ai fedeli, li privano del motore stesso di gran parte delle conquiste spirituali, cioè l’inquietudine e la libertà di pensiero. L’essere laici e razionali ci costringe a toccare con mano una verità incontrovertibile: la nostra vita, nel suo senso ultimo, è avvolta in un mistero che non ci è dato di comprendere fino in fondo. Se il fedele accetta, arrivato a questo punto, il soccorso della Religione, con i suoi dogmi, premi e punizioni, il laico ha la possibilità di non fermarsi necessariamente su una posizione nichilista (nego la rivelazione della Verità da parte di Cristo, Maometto o altri, per cui credo solo in ciò che vedo, sento, tocco: sono un materialista) ma di cercare di penetrare autonomamente il mistero di cui la sua stessa vita, il suo stesso corpo, non sono che un’emanazione.

Su questa strada di sincera ricerca, le risposte non giungono come concetti formulabili in modo univoco, ma spesso come un’energia e una consapevolezza che danno la netta sensazione di essere in un solco di verità. Se volessimo racchiudere in una parola tutto il coacervo di queste emozioni, pensieri e azioni, userei il termine Evoluzione. Questa mi pare la chiave, sia a livello individuale che collettivo, in grado di farci affacciare con un sentimento di umanissima esaltazione sull’abisso di tempo e di spazio di cui occupiamo (forse) solo un minuscolo segmento. In questo mare infinito ci perderemo con dolcezza, ma non sarà necessariamente un naufragio, se controlleremo continuamente e contemporaneamente la bussola della ragione e quella dei sentimenti.

Le bussole indicano la direzione in modo spesso inequivocabile:

è meglio essere approssimativi o abilissimi nel proprio lavoro? Essere pigri o infaticabili? Ignoranti o colti? Inerti o costruttivi? Sedentari o sportivi? Ladri o onesti? Ignoranti o colti? Vili o coraggiosi? Bugiardi o sinceri? Meschini o generosi? Arrendevoli o tenaci? Crudeli o compassionevoli?...

Se ciascuno di noi desse davvero una risposta sincera e profondamente meditata a queste domande e  ad altre simili, ad ogni bivio delle proprie giornate, saprebbe con certezza cosa scegliere. La qualità e la nobiltà della sua vita si porrebbero talmente in evidenza ai suoi stessi occhi, cammin facendo, che ne proverebbe una gioia così insopprimibile da rappresentare un’epifania: perchè le sole gioie davvero durevoli per quegli esseri straordinari che sono in potenza gli uomini e le donne DEVONO  partecipare del misterioso disegno universale che noi soli in natura sembriamo appercepire.

Tutti coloro che si sono “mossi” dallo scetticismo materialista e nichilista e hanno creduto nelle epifanie dell’azione, scaturite dalle migliori virtù e capacità umane coltivate con fatica e disciplina, sanno esattamente di cosa ho cercato di parlare in queste righe.

 

Marcello Nicodemo

“I FUOCHI DEI KELT” di Giovanni D’Alessandro (gen2006)

52 A.C.:NELLE VISCERE DELLA STORIA INSIEME AD HOCHAM “IL FALCO”, AURIGA DI UN PRINCIPE GALLICO

  Ho appena terminato la lettura del libro di Giovanni D’Alessandro e come mi succede raramente, quando leggo un libro davvero potente, ci scrivo su, per fermare le emozioni e i pensieri. Poi, li metto su questa pagina, per i visitatori del mio sito.

Ho trovato questo romanzo storico di una bellezza travolgente, per il suo evidente rigore nell’uso delle fonti storiche e, nel contempo e non contraddittoriamente, per la sua icasticità quasi visionaria. Poi, anche per un discreto lirismo intimista, che si mescola con quello di più ampio respiro, legato agli avvenimenti storici che coinvolgono masse sterminate di uomini.

Siamo nel 52 a.C., alla resa dei conti della lunghissima campagna di conquista romana in Gallia guidata da Giulio Cesare. Ma non vediamo la guerra dalla prospettiva dei romani. Chi ci porta con sè, nei mesi finali di questa tragedia sanguinosa ed efferata, è Hocham “il falco”, uno schiavo diciassettenne molto abile con i cavalli, e per questo scelto come auriga dal principe arverno Werkasswellauns, cugino di Vercingetorige.

Filtrate dagli occhi e dallo spirito ingenuo ma pronto, umile e coraggioso, del giovane auriga, ci piombano addosso, fino ad avvolgerci completamente, le scene dell’assedio di Avarico (l’odierna Bourges), poi la sconfitta romana nel tentativo di conquistare Gergovia, fino alla resa dei conti finale, nel famoso assedio di Alesia, dove l’organizzazione militare romana e il genio di Cesare riuscirono ad avere ragione di un esercito molto superiore numericamente, che premeva da entrambi i lati le legioni, accampate entro una mastodontica fortificazione circolare, che girava intorno a tutta la città.

La sensazione è proprio quella di essere lì, tra i galli, anzi, i Kelt. In mezzo a popoli celtici fieri e combattivi, ai loro usi e costumi secolari, ai loro dei, riti e tabù, un attimo prima che quel mondo cada nelle mani di Roma, per uniformarsi alle leggi, i costumi, la lingua del nascente Impero. Il narratore esterno che ci accoglie all’inizio nella odierna Bourges, si fa lentamente da parte e lascia il campo, presta la voce (resosi magicamente “medium” , grazie alla sottigliezza letteraria dell’autore) al giovane Hocham, trepidante per le mille emozioni di quel momento così decisivo per la sua sorte e quella dei popoli Kelt.

Con Hocham viviamo tra i cavalli da lui accuditi e gli uomini e le donne da lui incontrati. E su tutto incombe un’atmosfera tragica, l’incubo di Kaisar, che con la sua astuzia e la potenza delle sue legioni, potrebbe sferrare un attacco letale da un momento all’altro. Poi la speranza della vittoria, quando attorno a Vercingetorige, vista la vittoria di Gergovia, si coalizzano quasi tutti i popoli Kelt.

Nel finale, siamo a capo della cavalleria, perchè Hocham conduce il cocchio del principe in prima linea, durante l’attacco finale alla grande fortificazione romana, in un punto dove appare meno inespugnabile.

Abbiamo aspettato il sorgere del giorno, dopo avere silenziosamente aggirato a distanza la palizzata romana. E anche noi, come Hocham, guerrieri per la prima volta, corriamo a precipizio verso il nostro destino, che sia Libertà o Morte.

E’ stata un’esperienza indimenticabile, e il suo valore, oltre che letterario e storico, è anche etico. Perchè il capovolgimento di prospettiva di D’Alessandro rende ancora più onore “ai morti senza nome di ogni guerra”, cui il libro è dedicato. E ci lascia dentro una nausea dolorosa della guerra, che non può non essere eticamente produttiva.

  Marcello Nicodemo

Carofiglio: realismo,thrilling e inquietudine  (20/1/2005)

In vista del doppio Aperitivo Creativo in Abruzzo con Gianrico Carofilgio, Sabato 29 gennaio 2005, alle 16,30 a Chieti, libreria De Luca, v. De Lollis, 12/14 (0871/330154) e alle 18,30 a Pescara presso la libreria Libernauta, v.Teramo, 27 (085/2056090), metto in rete questa piccola “introduzione all’autore”, sperando che interverrete numerosi come al solito.

Carofiglio è sostituto procuratore antimafia a Bari, che è anche la sua città. Ha 44 anni e l’hobby delle arti marziali, (anche il suo alter ego avvocato Guerrieri pratica la boxe). Ha pubblicato per la casa editrice Sellerio prima “Testimone inconsapevole” poi “Ad occhi chiusi”, entrambi thriller legali. Ora è uscito per la Rizzoli con “Il passato è una terra straniera”. Durante gli incontri l’autore presenterà quest’ultimo volume, ma senz’altro si parlerà anche dei romanzi precedenti.

Un ingrediente dei legal thriller pubblicati con Sellerio, in cui l’avvocato Guerrieri si trova a difendere un immigrato senegalese accusato dell’omicidio di un bambino e a  rappresentare una donna maltrattata dal suo ex compagno, un personaggio violento ma apparentemente inattaccabile, perchè figlio di un importante magistrato, è senz’altro il fatto che Carofiglio è lui stesso un uomo di legge. Questo dà al realismo pregnante delle storie un’ulteriore capacità di catturare il lettore, di creare quella che chi si occupa di narratologia chiama “Sospensione dell’incredulità”. Poi, sempre in quest’ottica, l’autore aderisce più che può al tipo di realtà di cui ha conoscenza diretta, ambientando tutti i suoi libri (anche il terzo) nella città di Bari, dove è nato e cresciuto e dove ancora vive e lavora.

Ma se il procedere dei romanzi secondo il genere del thriller crea la suspense che tiene il lettore incollato alle pagine, il valore artistico dei libri di Carofiglio è dato soprattutto da un altro ingrediente dei suoi cocktail narrativi: l’umanità complessa ed inquieta dei suoi personaggi protagonisti, cioè l’avvocato Guerrieri nei primi due libri e lo studente di Giurisprudenza Giorgio Cipriani nell’ultimo. Grazie al cavallo di Troia dei casi di cui si occupa, Guerrieri ci comunica i dubbi, le nevrosi, la ricerca profonda di un modo di stare al mondo intenso e “scelto”. Il suo percorso interiore si mescola con i fatti e le persone coinvolte nei delitti in questione, li mette in prospettiva e li sviscera in profondità, illuminandoli di una luce particolare, che svela e nasconde allo stesso tempo, perchè nasce da un idealismo laico e un po’ individualista, prodotto con fatica, sempre in bilico, apparentemente.

Con il personaggio di Giorgio Cipriani in “Il passato è una terra straniera”, questo procedere alla ricerca di un equilibrio e di un’evoluzione della propria umanità, balza in primo piano e diventa più esplicito. Trascinato dall’amico e coetaneo Francesco, affascinante baro e donnaiolo (ma anche studente di filosofia dotato di un’acuta intelligenza), Giorgio porta la sua esistenza in territori allettanti e pericolosi, dove, non confortata da valori certi, si brucia avventurosamente in una gioia sfrenata e crudele. E’ lì che la vita si evolve, quando si superano i limiti imposti da contesti, paure e condizionamenti che sembrano paralizzarci. Sull’orlo dell’abisso,  gettandosi “ad occhi chiusi”, un uomo scopre cose che nessuno gli ha detto e gli dirà mai,  crea la “sua” vita. E dove una dimensione dell’esistenza finisce, ne inizia un’altra, che è un po’ più ricca della precedente, come suggerisce la frase posta in apertura di “testimone inconsapevole: “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla” (Lao-Tze, Il libro della Via e della Virtù). E gli uomini, nel loro breve soggiorno sul pianeta, rischiano di essere testimoni un po’ più consapevoli di quel qualcosa di ineffabile e sconfinato di cui sono misteriosamente parte.

GIRO DI VENTO di Andrea De Carlo

Un libro per tutti e per nessuno (come al solito) (31/10/2004)

Ho appena finito di leggere “Giro di vento”, l’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, e, come al solito è iniziato quel misto di spaesamento ed euforia, inevitabile tensione introspettiva e risveglio di energie sopite, insomma, quel piccolo cataclisma che ogni suo libro mi infila dentro di soppiatto. E’ come aver bevuto un piacevole intruglio tutto d’un fiato, senza star troppo a pensarci, e poi rimanere frastornati, sorpresi dalla potenza dell’effetto. Ed è sempre stato così, tranne rare eccezioni.

Ogni volta poi, mi tornano in mente le cose che sento dire su De Carlo da critici, scrittori, semplici lettori: “si è dato ad una letteratura nazional-popolare”, “scrive troppo e non ha più niente da dire”, “è fasullo”, “scrive sempre le stesse cose”.

Mi è tornata in mente la frase che Nietzsche mise in apertura del suo “Così parlò Zaratustra” :  un libro per tutti e per nessuno.

Mi sembra che i libri di De Carlo siano proprio così, apparentemente leggeri, cinematografici, montati con sapienti accorgimenti che ho lungamente osservato quando su di essi scrivevo la mia tesi di laurea, eppure di una densità psicologica, di una complessità emotiva spesso infinite, perchè provocano in me infinite domande, fanno riemergere questioni in sospeso, suscitano emozioni a catena, che mi fanno andare avanti e indietro lungo la mia vita e la mia esperienza del mondo, e mi spingono oltre.

Probabilmente questa disparità di reazioni è dovuta allo stile assolutamente mimetico dell’autore. De Carlo, come diceva Verga, primo maestro del realismo letterario in Italia, offre delle storie che “sembrano farsi da sè”. Più di qualsiasi altro scrittore realista si affida, per dire ciò che gli preme dire, al presentare una copia fedele della realtà, invece di cercare di raggiungere l’ineffabile con le parole. Questo “disprezzo per le parole” può sembrare una contraddizione in termini per uno scrittore, ma lo è solo apparentemente ed è ciò che rende l’autore milanese unico e inconfondibile in tutto il panorama letterario nazionale. Per lui le parole sono solo umile materia grezza, basti notare come, fin dal suo primo libro “Treno di panna”, ha violentato ogni regola ed ogni consuetudine del linguaggio narrativo, abbassandolo e distorcendolo a suo piacimento.

Ma da dove verrebbe la profonda espressività delle sue storie allora, se si limita a imitare il mondo tramite uno stile ampiamente visuale? Dall’intelligenza del montaggio, dalla sensibilità nella creazione delle scene e dal tono della voce narrante (nei romanzi scritti, quasi tutti ma non questo, in prima persona). Tutto ciò che vale di più nei romanzi di De Carlo è nascosto, e non ci vuole cultura per scoprirlo ma personalità, una certa affinità che venga dall’essere andati fino al centro della propria vita e averla rivoltata come un guanto, dall’aver voluto inventarsi una vita unica, sincera, intensa fino all’ultimo respiro, dal non accettare di restar fermi nelle situazioni in cui la vita coi suoi infiniti condizionamenti tende continuamente a rinchiuderci, dall’essere sempre un po’ in fuga da sè stessi, verso un se stesso migliore, una pagina nuova da vivere. Più si è andati a fondo e si è lottato tenacemente per risalire, più la parte sommersa degli iceberg letterari decarliani si fa sentire in tutta la sua forza. Più ci si limita, arrocati in una visuale statica, alla punta, alla parte visibile, meno si può entrare nel significato profondo di queste storie.

“Giro di vento”, che con la serie di terze persone immerse narranti costituisce una necessaria eccezione nella produzione decarliana, ci lascia lì, mezzo alle cose, ai fatti, come avviene nella vita vera. Ma il retrogusto di questo temporaneo sconvolgimento di abitudini e prospettive non può non lasciare qualche segno, basta lasciare una finestra aperta o spalancarle tutte.

 

APERITIVO CREATIVO con Giuseppe Culicchia (2/6/2004)

 

Il trenta maggio scorso ho fatto da spalla a Giuseppe Culicchia nella presentazione del suo ultimo romanzo “Il paese delle meraviglie”(Garzanti Editori”) presso la libreria Libernauta a Pescara. E’ stata una serata intensa, dedicata ad un libro che è a mio avviso il migliore finora dell’autore torinese. Nell’occasione ho anche avuto voglia di andarmi a rivedere i suoi vecchi romanzi e racconti, il che mi ha suscitato diverse riflessioni che in parte ho “esternato” durante l’Aperitivo Creativo, in parte metto direttamente qui, nella sezione Pezzidimente del mio sito.

Innanzitutto, devo dire, che Culicchia è, fin dal primo libro “Tutti giù per terra”, uno dei miei narratori preferiti, perchè, a differenza di moltissimi rispettabili autori che scrivono dei libri ben confezionati, intelligenti, colti, utilizzando una prosa levigata ed impreziosita in vari modi, ingredienti quali una trama ben architettata e magari giallistica, un po’ di amore e morte, utopia e critica sociale (in genere di sinistra)... ma non hanno nulla di originale e profondo da dire, per cui abbiano pagato un prezzo nella loro vita, Culicchia ha la forza pervasiva della sincerità assoluta e una voce talmente originale da rendere i suoi libri “necessari”.

Il punto di partenza delle sue storie è sempre un’angoscia, un vuoto esistenziale “leopardiano” e un’inquietudine che chiunque li abbia provati di prima mano non può non riconoscere come autentici. E i suoi libri mettono il mondo in prospettiva facendolo stridere con questa soffocante mancanza di senso e di una gioia equilibrata e stabile, con risultati espressivi che oscillano tra due poli distinti ma anche complementari: una grande RABBIA e una caratteristica, fortissima dose di IRONIA , che traspare già dai titoli di quasi tutti i suoi libri (“Ambarabà”, Bla,bla,bla”,ecc...).

Quest’ironia dà alle storie un aspetto quasi fumettistico, caricaturale, ma il fumetto sarebbe un fumetto caustico e acido, alla Andrea Pazienza, in cui una comicità a tratti irresistibile si collega sotterraneamente col suo opposto, cioè una visione essenzialmente tragica della vita.  Sarà per questo che ho sempre messo Culicchia tra i miei preferiti, perchè anch’io, pur nella ricerca incessante di un equilibrio, di un circolo virtuoso di azioni emozioni avventura pensieri affetti, rimango attaccato ad una concezione tragica dell’esistenza umana. Come Attila ne “Il paese delle meraviglie” penso che “essere vivi è una figata pazzesca, anche se poi va a finire malissimo”. 

Ma in Culicchia la ricerca di valori positivi cui ancorare la propria vita è tenuta talmente sottotraccia da apparire solo come minuscole scintille di speranza in un buio assurdo, popolato da esseri per lo più grotteschi e insignificanti. L’essenza di questi labili aneliti di speranza è spesso incarnata da alcuni personaggi marginali, dotati di profonda onestà e schiettezza (quali la zia di Walter in “Tutti giù per terra” o il nonno di Attila ne “Il paese delle meraviglie”), che l’autore schizza con affetto, affetto che acquista più tenerezza proprio a contatto con tutta la disperazione di fondo.

Ma veniamo alla storia raccontata ne “il paese delle meraviglie”:

Attilio (detto Attila) e Franz Zazzi, suo kamikaze di banco,  hanno quattordici anni nel 1977, l’anno dell’esplodere della seconda grande contestazione giovanile, della tv a colori, degli anni di piombo, della musica punk. Attila è un ragazzo timido e inquieto, insofferente del padre rassegnato e la madre bigotta e avida, ha un buon rapporto solo con Alice, la sorella, che presto però va a Milano per l’università, e  col vecchio nonno, già autore di un bestseller molti anni prima, il trattato “Sul metodo perfetto per il lavaggio domenicale dell’utilitaria ad uso degli italiani”.

 Zazzi è un neonazista convinto, sempre teso, sempre audacemente critico verso tutto e tutti e istintivamente pronto alla rissa e all’avventura, corroborato dai mille motti nazi-fascisti che recita a memoria o si scrive a penna sulle t-shirt bianche Fruit of the loom, tipo quello che conclude il suo divertentissimo tema sul Volgare, incentrato sull’uso della parola “cazzo” nella lingua italiana moderna: “ME NE FREGO E’ IL NOSTRO MOTTO, ME NE FREGO DI MORIRE, ME NE FREGO DI BOMBACCI E DEL SOL DELL’AVVENIRE”.

I due, nell’attraversare quest’anno di passaggio così insospettabilmente importante, con i loro dialoghi e le loro gesta quotidiane, ci divertono e ci riportano a quei giorni di violenze e opposte, pur se magari approssimative, tensioni ideali. Ma come sempre con Culicchia, dietro il divertimento spuntano il nichilismo e la disperazione, o almeno la tentazione di lasciarvisi affondare.

Per chi c’era, già l’aver sentito Culicchia recitare i suoi personaggi dal vivo, è stato un richiamo abbastanza irresistibile a leggere il libro, a chi non c’era, lo consiglio vivamente, perchè è un romanzo che, nella sua apparente leggerezza, è in grado di sollecitare molti pensieri, insinuare emozioni complesse. Buona lettura a tutti.

La scommessa azzardata degli U.S.A. (6/4/2003)

 Nelle numerose trasmissioni che seguo che sviscerano in ogni modo il tema della guerra in corso in Iraq, sia sulle reti italiane, sia sulla BBC e TV FOX NEWS (americana), non posso fare a meno di notare come la maggior parte degli interventi e delle opinioni espresse, sia pro che contro l’intervento angloamericano, siano originate da un pregiudizio ideologico. In tutto questo periodo io non ho avuto un’idea o un’opinione precisa, né forse ce l’ho tuttora. Però, credo di avere abbastanza chiarito a me stesso, negli ultimi giorni, come vedo la cosa e visto che non aderisco a nessuna ideologia o religione di alcun tipo, credo di poter comunicare un’opinione davvero libera ai miei lettori e amici che hanno visitato il mio sito, per quello che può valere, e ben consapevole del nulla a cui può servire.

Spesso ho guardato con simpatia ai cortei pacifisti in tutto il mondo eppure, quando l’idea di partecipare ad uno di questi mi ha sfiorato, l’ho subito scartata. Perché?

Ci ho pensato molto e ho concluso che il motivo è che credo sia una posizione utopistica, per quanto nobile e condivisibile. La realtà è che una rete terroristica internazionale ha scatenato, con il più o meno evidente (e comprovabile) sostegno di stati intrisi di odio verso il mondo occidentale e l’America in particolare, una guerra subdola e odiosa, che toglie la vita indiscriminatamente a NOI occidentali perché ci ritiene tutti colpevoli e indegni. Questo secondo i dettami distorti di una religione, quella islamica, che sarà pure da loro distorta, ma che evidentemente lascia ancora spazio a certi fraintendimenti, al punto che un Imam di Baghdad, allo scoppiare della guerra, ha incitato i fedeli a uccidere gli infedeli americani ovunque sia loro possibile. Io credo che progresso e religione, qualsiasi religione,  siano sempre andati poco d’accordo, però sono sicuro che sia assolutamente impossibile, al giorno d’oggi sentire incitazioni al massacro in una chiesa cristiana (e il Cristianesimo è la religione largamente maggioritaria da NOI, in Occidente).

Il fatto è che di fanatici fondamentalisti che farebbero volentieri una nuotata in un bel lago artificiale del NOSTRO sangue di occidentali, per lo più inermi,laici e pacifici, per fortuna sono pochi. E pochi gli stati e governanti che segretamente (e quindi non in modo chiaramente comprovabile) danno sostegno a questa pazzesca nuova crociata all’incontrario.

Ma veniamo all’Iraq e agli Usa, e costruiamo una grossa metafora semplificatrice.

Un tizio fuori di testa, che sapete ha compiuto diversi omicidi ma è sempre stato scagionato per mancanza di prove, rapisce il figlio di un vostro amico (molto ricco, ma questo mi pare comunque secondario). Voi decidete di aiutare a liberarlo e, con l’aiuto di altri amici forti e generosi, costringete il tizio (purtroppo con mezzi inevitabilmente violenti) a restituire il bambino alla famiglia. Da quel momento, il sanguinario rapitore di bambini sarà tenuto in libertà vigilata e i suoi beni (perché è anche lui molto ricco) tenuti sotto

controllo (anche purtroppo a costo di rendere la vita molto dura ai suoi consaguinei innocenti). Cosa pensate che farà quell’assassino? Non giurerà di farvela pagare ad ogni costo, fosse l’ultima azione della sua vita?

Anni dopo, cominciate a subire misteriose molestie e attacchi di ogni tipo. Vi incendiano l’auto. Vi malmenano parenti qua e là, finchè qualcuno non riesce addirittura ad arrivare nel vostro quartiere e uccidere di sorpresa due vostre sorelle,facendole bruciare vive dopo averle terrorizzate. Sopraffatti dal dolore e dall’ira raccogliete voci : “E’ stato lo sceicco Bin Laden, con l’appoggio dello stato dei Talibani”, “E’ stato aiutato anche dall’assassino rapitore di bambini, che oltretutto non ha dimostrato di avere distrutto le armi che voi stesso gli avete incautamente venduto nel passato, e che sarebbe stato obbligato a eliminare”.  Non ci sono prove inconfutabili e tutti gli idealisti del mondo vi dicono che l’assassino non c’entra e che ha dato il permesso ai loro Ispettori di controllare in alcuni cassetti di uno dei suoi enormi palazzi  se ci siano quelle armi, perché lui ha dichiarato di averle buttate via, anche se non ne ha dato alcuna prova. Si doveva lasciare gli ispettori frugare in qualche altro cassetto o alla fine prendere una decisione concreta, l’unica che si possa prendere nei confronti di un assassino rapitore di bambini? La penso come una curda irachena che ora insegna matematica in un sobborgo di Londra, che con la voce rotta ha raccontato alla BBC di quando Saddam ha attaccato con le armi chimiche la sua città. Nessuno può fermare con le buone uno dei più sanguinari mostri che Dio abbia mai creato sulla faccia della terra. Le ispezioni e le manifestazioni sono solo manifestazioni di un ottimismo un po’ naif, e non avrebbero con ogni probabilità risolto nulla, mentre la minaccia terroristica sarebbe aumentata e, se Saddam fosse riuscito a costruirsi un arsenale nucleare, chissà che scenari si sarebbero aperti.

Gli Usa, con l’alleata Gran Bretagna, (che dopo averla creata hanno insegnato ed esportato, pur tra mille contraddizioni, la democrazia in tutto il mondo)  hanno deciso di non aspettare e di prendere il rischio enorme di togliere dalla faccia della terra un altro regime medievale (dopo quello dei Talibani), con tutte le sue ingiustizie interne e i pericoli all’esterno che esso comporta. La scommessa potrà essere vinta solo se sarà una guerra rapida e relativamente “pulita”, se altri stati islamici non si alleeranno con l’Iraq, se non si darà il tempo e l’occasione all’odio e all’indignazione per un’operazione discutibile di alimentare nuovo terrorismo, se infine le contraddizioni e l’avidità di una certa America non prevarrano, accaparrandosi cinicamente le ricchezze petrolifere dell’Iraq.

Il rischio, lo ripeto, è enorme, e comprende anche il possibile estendersi del conflitto fino ad arrivare ad una terza guerra mondiale. Ma solo il tempo potrà dire se gli Usa, contando anche sulla forza contagiosa della libertà, l’avranno vinta. In quel caso, e io spero fortemente che sarà così, l’avrebbero vinta anche per tutti noi e per i figli e i fratelli di quelli che purtroppo saranno morti in combattimento o accidentalmente in questa strana guerra preventiva.  

VOGLIO ESSERE V.I.P.  (19/92002)

  Questo è un momento di passaggio e le cose si stanno muovendo un po’ più veloci per me (come per tutti, forse). Così mi trovo a sciogliere alcuni nodi irrisolti del mio percorso.

A stimolare queste riflessioni sono intervenuti diversi fatti, diverse immagini e suoni forti che si sono riverberati per giorni al mio interno.

L’altro giorno, su TV FOX NEWS, una tv americana che tengo spesso come sottofondo delle mie giornate, per esercitare l’inglese, c’era una giornalista che parlava di V.I.P. che erano raccolti a Washington per le commemorazioni dell’undici settembre. Li ho immaginati e, pur nell’umana compassione dovuta al pensiero dei morti innocenti che si stavano onorando, non ho potuto fare a meno di provare una punta di fastidio. Erano contriti e preoccupati, pieni di buone intenzioni e cristiano spirito di fratellanza, eppure, mentre li scrutavo nella mia immaginazione, non potevo fare a meno di pensare come dentro di sè fossero anche allora impegnati a far calcoli per le loro carriere, case al mare e in montagna e all’estero, mogli e amanti e figli rampanti. Perchè è così che funziona la mente dei V.I.P.. Le loro vite sono una gara senza sosta, una lotta spietata per arrivare sempre più in alto, assecondando il loro credo: la sopravvivenza del più forte, la selezione naturale, che porta i “migliori” ad eccellere e ad acquistare denaro, potere, felicità; gli altri a soccombere ad una vita ordinaria e grigia di moderni schiavi. E non si fermano mai, spinti dalla forza e dall’esaltazione che traggono da questo credo.

Per anni, un urlo che si alza dal mondo talmente forte, ma con tanta costanza che non ci rendiamo quasi più conto di udirlo, mi ha reso inquieto, sballottato, depresso: “SALVATI FINCHE’ SEI IN TEMPO: AL MONDO SI VINCE O SI PERDE! NON ILLUDERTI CHE NON SIA COSI’. AFFERRA UN TRENO CHE TI PORTI ALLA FELICITA’, CHE SOLO SOLDI E POTERE POSSONO DARTI. IL RESTO SONO CHIACCHIERE DI PERDENTI FRUSTRATI!”.

Non sono mai salito su quel treno, e nello stesso tempo ho cercato di capire se le parole dei “controcorrente” fossero solo chiacchiere di perdenti frustrati, e spesso tali mi sono sembrate, anche perchè, di frequente, i “controcorrente” più dotati monetizzano le loro chiacchiere e diventano V.I.P. anche più fastidiosi di quei “gatti grassi” americani che tengono il mondo nelle loro grinfie, perchè la loro avidità è aggravata da una nauseante incoerenza.

Altri fatti si mischiavano alle mie riflessioni, mentre ancora mi sentivo davanti ad un bivio, ancora in tempo a salire su un treno di vincenti se avessi voluto. Altre immagini televisive, altri suoni, altre facce ed altre parole.

Il sorriso pervasivo di Berlusconi e le polemiche sull’ennesima legge “pro domo sua”, ancora una volta in grado di intaccare un baluardo del sistema democratico come il sistema giudiziario. I gatti grassi nostrani che, spesso con un po’ di vergogna, si accostano quatti alla mangiatoia, per vedere se è vero che possono tornare ad ingozzarsi come ai bei tempi, e già si leccano i baffi.

Poi le parole di Luciano Ligabue, un artista vero a mio parere, che, col suo dono di saper sintetizzare in poche espressioni personalissime un intero mondo di pensieri ed emozioni, urlava dal palco del FESTIVALBAR che “TUTTI VOGLIONO VIAGGIARE IN PRIMA” ma che alcuni “RIMANGONO COI SOGNI MEZZI APERTI”  e dai gatti grassi non accettano nemmeno una gazzosa.

Un mio amico dice che Ligabue predica le sue parole controcorrente ai quindicenni e intanto si ingozza di miliardi alle loro spalle. E’ vero? E’ un altro che ha monetizzato ed è entrato a far parte dei gatti grassi che dice di detestare? E Andrea De Carlo (altro artista di grande forza, per me), i cui personaggi (in “Di noi tre”) rinunciano ad ingaggi miliardari mentre lui ne accetta (probabilmente di simile entità) dall’editrice di proprietà di Berlusconi?

Credo ci sia una differenza (anche se questo, fino in fondo, possono saperlo solo gli interessati). Un artista o chiunque altro eccella in un’attività può, se ha fortuna, anche diventare ricco. Non è questo che non mi piace, non demonizzo il denaro. Quello che rifiuto è il superomismo malinteso che ha avvelenato il mondo occidentale nell’ultimo secolo, volgarizzato e veicolato in mille modi diversi, da D’Annunzio a Mussolini, da Hitler all’”American way of life”, dagli stipendi sbalorditivi dei calciatori alla violenza sottile dei messaggi pubblicitari. Detesto i sorrisi troppo pronti di chi è sempre in carriera, sempre a far calcoli, sempre aggressivamente intento ad arrampicarsi sulle spalle degli altri per arrivare più su. Non ho bisogno di diventare vecchio e guardarmi indietro per capire che non è qui che posso trovare una possibile felicità.

Allora, oggi sento di poter imboccare, senza ulteriori esitazioni, una delle due strade del bivio, perchè, a voler sfruttare l’acronimo, se voglio essere V.I.P. lo voglio essere solo nel senso di VERO, INTENSO e PICCOLO, come uno dei tanti puntini vibranti di un quadro impressionista, che brilli di luce autentica, contribuendo alla bellezza del dipinto con tutta la forza del suo essere, ma senza gonfiarsi a dismisura per poi scoppiare, alla fine, come un pallone gonfiato, magari lasciando macchie indelebili.

 

Più o meno,in qualche modo (13/7/2002)

(perché si scrive, perché scrivo)

  Me ne sono reso conto ultimamente.

Lo sapevo già, ma ne ho avuto ultimamente una conferma “fisica”, tangibile e diretta, quando, dopo aver pubblicato il mio primo libro, diverse persone hanno voluto farmi leggere le loro cose.

Erano persone molto diverse tra loro, chi giovanissimo (come la dolce e solare Marika) chi oltre i settanta (come la “mitica” signora Antonietta), chi colto e bilingue (come il giornalista sportivo Lorenzo), chi con la quinta elementare, chi con un animo decisamente conservatore, chi attivamente progressista (come “l’urlatrice” Daniela).

Insomma tutti scrivono (in qualche modo, più o meno), tutti scriviamo, e io che (a ripensarci ora, che ho finalmente un libro “fuori” e mi sembra assolutamente naturale)  ho in qualche modo dedicato alla scrittura tutta la mia vita, anche “in negativo”, per tutte le cose che “non” ho fatto e “non “ ho lasciato che mi intrappolassero e mi togliessero il tempo di scrivere, mi trovo spesso a chiedermi perché.

Perché ci affanniamo a scrivere storie di carta, rubando spesso molto tempo alla nostra vita “vera”?

Perché accumuliamo anni e anni di frustrazioni a girare intorno con le parole  a pensieri nascosti e immagini vagamente rivelatrici?

Perché poi, quando ci sembra di averli più o meno “acchiappati”, andiamo testardamente, per ulteriori anni e forse per sempre, a sbattere ripetutamente la testa contro i muraglioni della inespugnabile cittadella del “mondo letterario”, che con la sua logica ormai freddamente industriale non ha né tempo né denaro da sprecare intorno alle nostre invenzioni spesso (per fortuna) senza alcuna intrinseca “commerciabilità”?

Vivendo e leggendo, scrivendo e meditando mi sono reso conto che scriviamo tutti (tranne quelli che hanno studiato marketing e inseguono proprio la “commerciabilità”) per riprendere un discorso interrotto.

Tutti abbiamo un discorso lasciato a metà, con noi stessi o con qualche eletto ed indefinito interlocutore.

Tutti abbiamo avuto (più o meno, in qualche modo) dei momenti in cui ci siamo sentiti “soli sul cuor della terra” e abbiamo avuto l’amara sensazione che le nostre ore, giorni, mesi, anni, invece di portarci verso una meta distante ci portino (e prendano) solo un po’ in giro. Su quel vuoto, sospesi e impauriti, tutti ci siamo soffermati e ci siamo detti che non potevamo continuare così, che (più o meno, in qualche modo) volevamo una vita che seguisse un senso dritto che noi le avremmo dato, dopo averlo scoperto, o almeno intravisto. E allora, magari, abbiamo fatto un passo, un’azione dirompente e diversa che, dopo averci sballottato un po’, ci ha dato l’impressione di vivere una vita nuova, finalmente fino in fondo sincera e coraggiosa, libera e curiosa, avventurosa e in movimento incessante su un nostro personale sentiero.

Ma poi, questo momento magico e questa euforia, questo contatto tra la nostra essenza più intima e la nostra realtà quotidiana, è svanito, e la meccanicità dei giorni e dei pensieri, delle abitudini e delle necessità ci ha ripresi e mandati  ancora in giro per lo spazio e per il tempo, e abbiamo dimenticato quell’azione, pur custodendone il gusto vittorioso in qualche zona recondita della nostra personalità.

E’ lì che ci dirigiamo quando finalmente riusciamo a trovare il tempo e l’isolamento necessari e ci mettiamo a scrivere, verso quella parentesi in cui lo spazio e il tempo si annullano (e li riplasmiamo a nostro piacere). Lì cerchiamo di nuovo soltanto la vera essenza del nostro essere uomini e donne persi in un punto dell’universo.

E di questa ricerca la nostra vita (in qualche modo, più o meno) porterà per sempre le tracce, perché è forse l’unica cosa che davvero conti.